Quando le parole feriscono: bullismo, ascolto e coraggio di parlarne

Un insulto ripetuto, un’etichetta, una battuta che esclude. So quanto possa essere difficile trovare le parole quando ci si sente giudicati. Con questo spazio voglio dare valore all’ascolto e ricordare che nessuno dovrebbe affrontare tutto da solo: parlarne può essere un primo passo per cercare sostegno.
Bullismo verbale: che cosa osservare
Un conflitto e un comportamento di bullismo non sono la stessa cosa. Il bullismo comporta prepotenze intenzionali e ripetute, in una relazione in cui chi le subisce fatica a difendersi. Può passare anche dalle parole: insulti, umiliazioni ed esclusioni. È la distinzione descritta dall’Istituto Superiore di Sanità nel quadro del progetto HBSC.
Riconoscere queste caratteristiche serve a guardare meglio ciò che accade, senza dover assegnare da soli un’etichetta a ogni episodio. Anche un singolo comportamento che fa stare male merita di essere raccontato e ascoltato.
Quando le parole passano attraverso uno schermo
Chat, immagini e messaggi possono amplificare un’umiliazione, facendola arrivare a persone diverse e riproponendola nel tempo. Prima di condividere qualcosa su un compagno, vale la pena chiedersi se quel contenuto rispetti la sua privacy e la sua dignità.
Se ti trovi coinvolto, puoi parlarne con un adulto di fiducia, conservare i messaggi e usare gli strumenti di segnalazione della piattaforma con il suo aiuto. Se osservi, evita di alimentare la diffusione del contenuto. Il progetto Generazioni Connesse raccoglie indicazioni sul cyberbullismo e sull’uso rispettoso dei social.
Le parole meritano attenzione
Una frase può accompagnarci a lungo. Se viene usata per umiliare, ridicolizzare o isolare, liquidarla come “solo uno scherzo” rischia di lasciare senza ascolto chi la subisce.
Il rispetto comincia anche da qui: prendere sul serio ciò che una persona racconta, senza giudicarla e senza chiederle di minimizzare la propria esperienza.
Se succede a te, meriti di essere ascoltato
Non devi trovare da solo tutte le risposte. Puoi cominciare da una persona di cui ti fidi: un familiare, un insegnante o un altro adulto di riferimento. Non occorre avere già le parole perfette per raccontare quello che stai vivendo.
Chiedere ascolto è un modo per dare spazio alla tua esperienza. Il comportamento di chi ti ferisce non definisce il tuo valore.
Se qualcuno si confida con te, fai spazio alla sua voce
Ascolta senza interrompere e senza trasformare il racconto in un giudizio. Frasi come “non farci caso” possono chiudere una conversazione proprio quando una persona ha trovato il coraggio di aprirla.
Puoi invece chiedere: “Vuoi raccontarmi che cosa è successo?” e “Con chi possiamo parlarne?”. Essere presenti significa anche aiutare a cercare un adulto di riferimento, quando serve.
Una storia da cui aprire un dialogo
In Le Parole del Potere ripercorro la mia esperienza con la balbuzie, il giudizio degli altri e la fatica di espormi. Ho scelto di condividerla perché possa diventare un punto da cui aprire un dialogo, senza dover trovare subito tutte le risposte.
Negli incontri a scuola porto quelle pagine dentro le domande e i racconti di chi ho davanti. Per me, parlare di rispetto acquista significato quando c’è spazio anche per chi fa più fatica a prendere la parola.
Scopri la storia e i capitoli del libro oppure proponi un incontro nella tua scuola.
Il percorso dietro queste parole
La mia storia.
Il dialogo continua.
Sono Mattia Della Rossa, autore di Le Parole del Potere, docente e fondatore di Gauss Jordan. Nel libro e negli incontri condivido il mio percorso e porto al centro la voce, l’ascolto e il rispetto delle persone.
Conosci il mio percorso ↗Da dove nasce il dialogo
Le Parole
del Potere.
Dalla fatica di parlare al coraggio di condividere: scopri la storia da cui nasce questo progetto.




